Il cane, protagonista di molti proverbi italiani

Bisogna riconoscere che nell’ ambito della lingua italiana il nostro amico cane non gode proprio di ottima reputazione.

A cominciare dai più comuni modi di dire come “freddo cane“, “mondo cane“, o “porco cane“, che non si capisce bene a quale dei due mammiferi si riferisca.

Si potrebbe continuare all’ infinito citando per esempio una “vita da cani“, passata “solo come un cane“, per poi alla fine “morire da cani“, che, detto tra noi, vivere come molti dei nostri fedeli amici fanno, tra le nostre cure e le nostre continue attenzioni, non è poi così male!

Già nel 1300 il famoso poeta italiano, Francesco Petrarca, aveva da lamentarsi “chè ‘l sepolcro di Cristo è in man di cani“, come ingiuria rivolta agli infedeli dai cristiani.

Ma qualche secolo più tardi il nostro amico quadrupede trova il modo di rifarsi di tanta pessima fama, attraverso le parole dello scrittore Vincenzo Monti, che cita, nella sua traduzione dell’ Iliade, “cane agli sguardi e cervo al cor” utilizzato per indicare coraggio e fedeltà in una persona.

In altre similitudini il cane ne esce decisamente vincitore quando viene definita, per esempio, una persona “affezionata e fedele come un cane“.

Il modo di dire “cane non mangia cane“, potrebbe quasi essere considerato positivamente, se non fosse che esso viene generalmente utilizzato per indicare delle persone non proprio perbene, che non si danneggeranno mai tra di loro.

A volte però alcuni proverbi sarebbe meglio prenderli alla lettera, oltre che in senso figurato: è il caso questo del detto “non stuzzicare il can che dorme“, se non vogliamo ritrovarci con qualche canino infilato nel polpaccio.

Non tutti sanno, poi, che il “cane scottato dall’ acqua calda ha paura anche dell’ acqua fredda“, cosa che è indice di una certa diffidenza, ma, allo stesso tempo, di una fondamentale saggezza.

Se le disgrazie non vengono mai da sole, si può dire che i “cani mordono gli straccioni“, mentre c’è persino chi pretende di “raddrizzare le gambe ai cani“, ovvero desidera realizzare qualcosa di impossibile.

Quando ci dilunghiamo nei discorsi e dimostriamo una certa tendenza a divagare, ecco lì che stiamo “menando il can per l’aia“.

Un antico proverbio recita “a can che lecchi cenere non gli fidar farina“, alludendo al fatto che chi si accontenta di cose basse non è degno di cose ben più nobili.

Ma tra tutti quello più saggio è forse il proverbio che ci ricorda che la fortuna è cieca e non gira sempre dalla stessa parte e così può capitare che “una volta corre il cane e una volta corre la lepre“.

C’è da dire che anche gli altri animali non se la passano meglio, basti pensare al povero bovino decapitato da secoli quando si intenda troncare una discussione dicendo “tagliamo la testa al toro“, oppure “la gatta che ci lascia lo zampino tanto va al lardo“, nel senso che a forza di rischiare prima o poi ci si rimette.

Ma la lingua italiana non è la sola a prendersela con i fedeli quattro zampe.

Un proverbio francese dice “arrivare come un cane in un gioco di bocce” per indicare la presenza di una persona come un “elefante in una cristalleria”.

In Spagna si sostiene che “morto il cane terminò la rabbia“, ossia la scomparsa di qualcosa o qualcuno , porta con sé anche il male che causava.

In Inghilterra si dimostrano più romantici quando affermano che “chi ama me, ama il mio cane“.

In Persia, invece, lamentano il fatto che “quando il cane sta per annegare tutti gli offrono da bere“, mentre in Russia, asserendo al fatto che l’ uomo reagisce sempre quando è ormai troppo tardi, si usa dire che “il cane non sa nuotare finché l’ acqua non gli arriva alle orecchie“.

In tedeschi ritengono che “il cane morde la cinghia e finisce per prendere gusto al sapore del cuoio” , indicando la rassegnazione che subentra nell’ essere comandati.

E, per finire, solo i giapponesi potevano affermare che “se devi essere cane, sii cane di samurai“.



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